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Cosa dice la tua spesa di te?

La spesa è un’azione quotidiana che ci permette di raggiungere prodotti alimentari per il nostro sostentamento e piacere quotidiano. È un’azione semplice e un diritto di tutti, la facciamo in media due volte a settimana e detta le nostre abitudini.

Tutti noi tendiamo ad avere il nostro supermercato di fiducia o il fruttivendolo che è diventato nostro amico, oppure ancora il macellaio che conosce perfettamente i nostri gusti.

Ovviamente non è uguale per tutti, ci sono diversi modi per approcciare la spesa, c’è chi crea dei veri e propri percorsi, passando di bottega in bottega e chiacchierando con i proprietari oppure con gli altri clienti; ma altre persone preferiscono comprare il loro cibo senza troppi giri fisici e di parole, per questo esistono i super mercati, in cui è tutto facile da raggiungere ed autonomo: è solo una questione di preferenze.

Possiamo quindi dire che la nostra spesa ci definisce sotto tantissimi punti di vista, anche se probabilmente non ce ne accorgiamo, ignari del fatto che questo tipo di scelte determinano non soltanto noi ma anche tutto ciò che ci circonda in maniera profonda e radicata.

È una questione di punti di vista

Il cibo è un legame invisibile, ma molto forte con gli altri, con noi stessi e con la terra che viviamo. Dalla metà del XX secolo il significato del cibo ha subito diversi cambiamenti. La globalizzazione ha portato ad un effettivo cambiamento nel modo di produrre e distribuire il cibo facendo in modo che i prodotti alimentari siano sempre più reperibili, a prezzi sempre più abbordabili.

Senza la fame, si toglie un grande problema per i più: la società può crescere, aumentando il benessere, lavorando sui diritti e abbattendo barriere. È interessante però osservare come il cibo risolva un problema da un lato, ma ne crei altri mille dall’altro.

Le produzioni alimentari dettano le nostre scelte, modellano i luoghi in cui abitiamo e i nostri ritmi. Ma per garantire la presenza di cibo a quelli che sono i paesi consumatori e alla base dell’economia mondiale, le produzioni alimentari sono cresciute a dismisura, eliminando la varietà, al fine di creare un sistema preciso, efficiente e replicabile, a discapito del resto del mondo. Il cibo è quindi subordinato a delle leggi economiche basate sulla domanda e sull’offerta, che ovviamente sviluppano il mercato dove c’è denaro.

Il cibo non è solo il nostro sostentamento, ma anche il legame con la realtà.

Il fatto che questo concetto sia stato quasi completamente alienato ha delle conseguenze disastrose.
Dal momento in cui sparisce l’idea di un filo che ci lega con il terreno e dunque il fatto che nulla sia dato per scontato, che c’è un lavoro enorme dietro, si vengono a provocare degli esiti infausti. È solo questione di allontanare il problema.

Siamo un mondo fatto di contrasti, dettato dalla competizione e dallo sfruttamento. Secondo “The State of Food Security and Nutrition in the World 2018” sono 821 milioni le persone a soffrire la fame, vale a dire 1 abitante del pianeta su 9. Eppure, non è che non produciamo abbastanza cibo. Il problema è causato da un sistema economico discriminante ed invasivo. Va inoltre sottolineato che non è una questione di paesi occidentali che si devono prendere cura dei paesi “meno sviluppati” portando del cibo in un gesto di compassione, ma piuttosto bisogna rendersi conto che se parte dell’umanità ha fame è perché l’altra metà non ne ha.

Il prezzo della sostenibilità

Il dilemma della qualità e della quantità affligge il nostro sistema, creando una spaccatura netta e discriminatoria nel mercato. Ovviamente questo non è un problema esclusivo delle produzioni alimentari. È un problema che sorge da un’economia globalizzata e da un’ottica industriale.

La promessa dell’industria è che fin che questa esisterà nessuno morirà di fame, facendosi quindi paladina dell’abbondanza (quindi della quantità): produrre senza freni, in un’ottica lineare.

Ovviamente non è proprio così. Nessuno morirà di fame: Dove? A quale prezzo? Quantità è uguale a spreco?

Il sistema che ci sfama segue il denaro, produrre in quantità significa competitività, spreco, impatto ambientale e fame. La quantità insegue chi può permettersela.

Anche in questo caso non parliamo di un’élite di miliardari, ma piuttosto di quella parte di popolazione mondiale che è stata resa dipendente da questo sistema basato sulla legge del rialzo e del consumo spasmodico, in cui vince chi compra di più al minor prezzo.

Mangiare è solo una questione di denaro e non di qualità:

vorremmo riflettere un attimo su questa frase, che pensiamo non sia nuova all’orecchio di nessuno. Cibo e denaro sono due tabù nella società in cui viviamo, perché entrambi sono elementi imprescindibili per la sopravvivenza in questo mondo. Parlare di cibo nella sua mancanza è un’angoscia e una mancanza di rispetto, mentre parlare di cibo dove questo abbonda è da presuntuosi, perché bisognerebbe solo ringraziare di non vivere in quella parte del mondo dove manca. E lo stesso vale per il denaro, fateci caso.

Mancanza e abbondanza non sono messe in relazione, è solo una questione di fortuna, ringrazia di essere nato in quella parte dell’emisfero in cui puoi permetterti di non parlare di cibo perché intanto non te lo faranno mai mancare.

Invece è importante comprendere che non è questione di fortuna e che tutti siamo responsabili di questo divario. La quantità, come la concepiamo noi, è ciò che ci accompagna nel nostro declino come umanità e nel declino climatico.

Le produzioni alimentari giocano un ruolo cruciale,

in quanto causano il 30% dell’impatto sul clima, oltre che essere il settore in cui avvengono le peggiori ingiustizie umanitarie, per le quali i diritti vengono annullati e calpestati.

Detto ciò, è molto importante passare alla qualità. Anche in questo caso, non si parla di qualità come salvezza, ma piuttosto come un ulteriore spunto di divisione e discriminazione.

In una società in cui la quantità domina e in cui il consumo detta i desideri ed i bisogni delle persone, la qualità è spesso una caratteristica fraintesa, sfruttata e criticata come qualcosa di inaccessibile, eccezionale e superfluo.

La qualità viene spesso accostata al lusso. Ebbene, pensiamo sia venuto il momento di abbattere quest’idea e di analizzare il concetto di qualità per quello che è veramente.

È assurdo quanto questa caratteristica sia sottovalutata, ma sono infinite le argomentazioni che portano la qualità su tutto un altro livello, ma in questo momento è giusto analizzarne due in particolare, che speriamo possano essere degli spunti di riflessione:

La qualità del cibo non è un optional:

il cibo è quell’elemento della nostra vita che ci relaziona con la realtà e che ci fa funzionare al meglio. Senza qualità e senza consapevolezza, ciò che mangiamo ostruisce gli ingranaggi, sia del nostro fisico che dei sistemi sociali e ambientali in cui viviamo.

La qualità fa sì che le produzioni alimentari possano mantenere la loro biodiversità.

Qualità non significa quantità, ma varietà.

Come abbiamo detto in precedenza, la quantità è concepita come l’unica soluzione alla domanda comune dei paesi occidentalizzati, ma ciò ci aliena da quelle che sono le altre soluzioni. Qualità = varietà =sostenibilità.

Quindi distruggendo lo stereotipo di qualità, si possono reinventare molti altri concetti, come quello di competitività. Un mondo che si sfama di qualità, non può permettersi la competitività che conosciamo oggi. La qualità richiede collaborazione e supporto reciproco: non stiamo parlando di un mercato unico e globalizzante, ma di una rete composta da tante realtà comunicanti che ricoprono delle microaree, ma in un’ottica di sostentamento di una macroarea.

Questa vuole essere una proposta e una presa di consapevolezza del fatto che per rendere la qualità un qualcosa di accessibile a tutti, bisogna essere più consapevoli di cosa voglia dire, bisogna riconoscere chi fa qualità. La qualità e quindi la sostenibilità costano, perché rispondono a delle leggi di mercato che non gli si addicono. È difficile fare le cose bene e questo è il grande paradosso del nostro mondo, il fatto che la semplicità non se la possono permettere tutti.

L’Italia ha la grande fortuna di avere un’identità capillare molto forte,

il che ha permesso il mantenimento di molte produzioni e l’evoluzione di nuovi sistemi in linea con la tutela del territorio. Le botteghe, i mercati e i piccoli produttori sono tutti strumenti a nostra disposizione per conoscere, interagire, tutelare e tutelarci.

Il nostro appello vuole essere un invito a partecipare e a non ignorare i sistemi che circondano le nostre città e i nostri paesi. Tutto ha un ritmo e tutto cambia, ma è molto importante osservare queste evoluzioni facendone parte, vivendo e assaggiando i territori.

Questo punto di vista, una volta appreso, è la chiave di lettura di tutti i luoghi che visitiamo, dal più vicino al più lontano, insegnandoci l’osservazione ed il rispetto, permettendoci di spostarci e di vivere in maniera sostenibile.

 

Vittoria Rapone