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COP26: tra questione ambientale e strategie politiche

È passata ormai più di una settimana dalla conclusione dei lavori per la COP26, dunque proviamo a fare una sintesi di quanto è accaduto e di cosa sia stato prodotto nei quattordici giorni di summit internazionali.

Partiamo con una provocazione: si è trattata della classica situazione in cui “la montagna ha partorito un topolino”? Forse sì. Ciò che è certo è che da diverse parti ci si attendeva interventi più incisivi e un impegno programmatico maggiormente vincolante. Dunque, la schiera dei delusi non è irrisoria.

Ma prima ancora di analizzare quanto è successo, spieghiamo brevemente il contesto in cui si è aperto questo importante appuntamento. Da un punto di vista dell’opinione pubblica, ben più di altre volte gli animi si sono avvicinati con sospetto e disillusione all’edizione della COP.
Tale organismo politico, che ha riunito i delegati di 197 paesi del mondo, ha infatti ricevuto le dure critiche da parte di Greta Thunberg, leader indiscussa del movimento Fridays for Future. Con l’ormai celebre “bla bla bla”, ha di fatto depotenziato enormemente la forza retorica che spesso accompagna conferenze e speech pubblici legati all’emergenza climatica.

“Il cambiamento non arriverà da lì dentro. – ha aggiunto la giovane attivista – Quella non è leadership, questa è leadership” riferendosi alle realtà di strada che si sono sviluppate nell’ultimo triennio. Si è quindi aperto un dibattito circa l’importanza di questi tavoli di discussione, ma con una pressione ben maggiore sugli esiti delle tavole rotonde.

La settimana successiva, ossia domenica 7 novembre 2021, nel centro di Glasgow hanno sfilato oltre 100.000 persone, perlopiù giovani. Dall’alto appariva una fiumana chiassosa di cartelli, colori, e freschezza. Cosa chiedeva questa enorme folla? Di essere ascoltata, prima di tutto. Tra gli aspetti più salienti dei FFF, si è delineata inoltre un’istanza terzomondista in parte nuova, rappresentata tra gli altri da Vanessa Nakate (ugandese)

E proprio i paesi in via di sviluppo, quelli cioè che richiedono un supporto economico per affrontare il prezzo della transizione green, sono rimasti con la bocca asciutta.

Sono stati rimandati ad oltre il 2023 i cento miliardi di dollari all’anno che si erano ventilati in passato, ma che in realtà non sono mai stati consegnati. Questo punto è probabilmente uno dei più importanti: i paesi poveri, trovandosi sulla via dell’emancipazione economica, hanno bisogno di un aiuto concreto per poter intraprendere un processo serio verso la sostenibilità ambientale, con tutti i suoi costi.
Inoltre, soprattutto nel continente africano, tale meccanismo verrebbe inquadrato come una sorta di misura compensativa per i danni causati dal riscaldamento climatico.

C’è poi da discutere sulla decantata fine dell’età del carbone.
Questa non è mai stata un’opzione realistica, ma soltanto una bella speranza.
Come mostra l’Istituto di Scienze Politiche Italiano (ISPI)[1], che cita a sua volta il Global Energy Monitor, se si prendono in considerazione le prime cinque nazioni al mondo per numero di centrali carbonifere in fase di progettazione o costruzione, si raggiunge la cifra impressionante di 390 nuovi impianti previsti nel prossimo futuro.

Nelle prime quattro posizioni di questa particolare classifica si trovano quattro paesi asiatici (Cina, Indonesia, India e Vietnam), con Pechino al primo posto assoluto (con ben 238 nuove fabbriche a carbone).
Segue a distanza la Turchia. Appare plausibile osservando questi dati che il passaggio completo ad altre fonti di energia sia ancora relativamente lontano.

Altro aspetto negativo riguarda direttamente il documento stilato alla conclusione dei lavori in Scozia, il cosiddetto Glasgow Climate Pact. La frase “accelerare gli sforzi per l’eliminazione dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili” è stata infatti modificata in “accelerare gli sforzi per la diminuzione dei sussidi inefficienti ai combustibili fossili”. Questa modifica è avvenuta proprio nell’ultimo giorno, a pochi attimi dal gong finale, su pressione principalmente dell’India, con il benestare di Cina e di alcuni altri Stati. Tale cambiamento dei termini risulta esiziale sull’ impatto che potrà avere il documento, poiché ne indebolisce non di poco la portata.

Due sono invece le voci positive da segnalare, in principal modo.

Innanzitutto la mossa per cercare di arginare il rialzo delle temperature globali: si è stabilito che entro nove anni (entro il 2030 pertanto) dovrà esserci una diminuzione del 45% delle emissioni di CO2, così da bloccare l’incremento a circa 1,5° rispetto ai livelli preindustriali. Questo proposito è dà accogliere con favore, ma poi si generano alcune riflessioni riguardanti le incongruenze del sistema globale. Per esempio, il fatto che gli sforzi di tutti i paesi dell’Unione Europea messi insieme sarebbero irrisori qualora non venisse esercitato un impegno eguale e anche maggiore da parte dei colossi quali Cina, Stati Uniti e India, che da soli rappresentano il 49% su scala globale. [2]

Il secondo fatto da mettere in evidenza riguarda proprio Pechino e Washington, che nell’arco della seconda settimana hanno raggiunto un’intesa partendo dalla questione ambientale. È doveroso allargare la lente d’ingrandimento intorno a questo avvicinamento tra le due super-potenze, poiché sottolinea un momento di distensione generale, che va al di là dei buoni intenti ecologisti.

Ricordiamo infatti che gli ultimi mesi hanno contrapposto l’amministrazione Biden e il Partito Comunista di Xi Jinping su più fronti, primo fra tutti l’isola di Taiwan, al centro di tensioni internazionali.
La COP26 in tal senso ha potuto fungere da sponda morbida, grazie alla quale tentare un nuovo approccio reciproco. Soltanto il tempo ci dirà se sarà stato un fuoco di paglia o l’inizio di una nuova fase delle relazioni diplomatiche, ma intanto vediamo nello specifico di che cosa si tratti.

Nella dichiarazione congiunta[3] entrambi riconoscono l’emergenza in atto, si impegnano a fissare come limite da non superare gli 1.5°, affermano di voler istituire un gruppo di lavoro per discutere con regolarità di “azioni concrete” e di rifarsi alle implementazioni dell’Accordo di Parigi. È comunque poco: nel documento manca una roadmap, delle scadenze e gli obiettivi sono presentati in termini fin troppo generici. A questo risultato si è giunti grazie all’attenzione posta in essere dai delegati John Kerry e Xie Xhenhua, che si conoscono da vent’anni e pongono il riscaldamento globale tra le loro preoccupazioni.

Tuttavia c’è già un precedente che non lascia ben sperare sulla concretezza di questa intesa: nel 2014 furono di nuovo loro due a mediare un accordo per ridurre le emissioni (si trattava della prima volta per Pechino, dunque l’evento venne accolto come un successo).

Per concludere, lasciamo spazio a qualche immagine che racconti particolari frangenti delle due settimane che hanno coinciso con la COP26.

Partiamo da David Attenborough, che ha tenuto un discorso molto accorato davanti ai capi di Stato e ai delegati dei paesi partecipanti. Lo storico documentarista, a 95 anni, ha voluto coprire di responsabilità l’appuntamento: “Nella mia vita ho assistito ad un terribile declino – dice – nella vostra potreste assistere ad una splendida ripresa”. [4] Ha suggerito inoltre di inquadrare sempre di più la natura come una vera alleata nella lotta contro i cambiamenti climatici, incoraggiandola e sfruttandone il potenziale per quanto concerne la raccolta di CO2. Ha aggiunto che come esseri umani dobbiamo guardare a questa sfida “non con paura, ma con speranza. […] Dopotutto, siamo i maggiori solutori di problemi al mondo”.
Il suo speech ha raccolto notevoli consensi sui social: la prestigiosa carriera alla spalle, dedicata al racconto della Terra e dei suoi delicati ecosistemi, gli ha conferito un’autorevolezza notevole.

Altra scena, immortalata a migliaia di chilometri da Glasgow, è invece la seguente.
Mostra Simon Kofe, ministro degli esteri di Tuvalu, che in un videomessaggio tenta di sensibilizzare il pubblico circa il problema dell’innalzamento dei Oceani.
Tuvalu, che conta una popolazione di circa 12mila abitanti distribuita su nove piccole isole tra le Hawaii e l’Australia, è una delle tante realtà insulari che rischiano di assistere alla propria scomparsa, a causa dello sprofondamento nei mari.

Aubrey Webson, presidente dell’Alleanza degli Stati delle Piccole Isole (che riunisce 37 membri), ha espresso in un’intervista al The Guardian le sue perplessità in merito alla inconsistenza delle parole che sono uscite dalla COP26, e in particolare dall’intesa tra Cina e Usa di cui già abbiamo parlato. [5] Ha affermato: “Il testo fornisce una base su cui lavorare ma deve essere rafforzato per rispondere alle esigenze dei più vulnerabili, in particolare ai finanziamenti per la transizione, per aiutare i paesi a basso reddito a ridurre il carbonio e far fronte agli impatti del cambiamento climatico”.

Come terza immagine, segnaliamo anche questa, che immortala alcuni attivisti del gruppo Extinction Rebellion (all’interno del cimitero di Glasgow), mentre concludono una marcia funeraria dedicata alla COP26. Con vesti nere, rosse e blu hanno lanciato un messaggio di protesta nei confronti della futilità dei summit di fronte all’emergenza ambientale. Hanno recato con sé finte lapidi delle varie edizioni, come si può osservare. Senz’altro in Scozia il popolo dell’attivismo si è mosso, mostrandosi una volta di più numeroso, eterogeneo al suo interno e attento ad esternare malumori di diverso tipo.

Dalla deforestazione alla rappresentanza femminile, dalla lotta agli allevamenti intensivi alla decarbonizzazione, dal rinnovamento in seno alle istituzioni alle riflessioni sulla transizione energetica. È una piazza quasi impossibile da decifrare univocamente, ma che al suo interno propone un minimo comun denominatore: un’attenzione prioritaria alla questione ambientale, dall’oggi al domani.

Fonti immagini:

Copertina: Unsplash
Immagine 1: via Euronews
Immagine 2: via Reuters
Immagine 3: via Mark Richards/Aurora Imaging

 

Pietro Buatier