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Un tema di geopolitica fino a qualche decennio fa completamente trascurato ora irrompe sulla scena, tanto che numerosi analisti e vertici di organizzazioni internazionali dichiarano che le guerre del XXI secolo saranno combattute per l’acqua e la lotta per l’accaparramento dell’oro blu sarà una delle cause principali delle tensioni interne ai paesi, ma anche fonte di conflitti internazionali, o più precisamente transfrontalieri.

Già nel ’95 infatti, Ismail Serageldin, vicepresidente della Banca mondiale, fece una previsione sulle guerre del futuro che ebbe una forte influenza su tutti gli studi che si succedettero in materia negli anni successivi. Si legge: “se le guerre del XX secolo sono state combattute per il petrolio, quelle del XXI avranno come oggetto del contendere l’acqua. Tuttavia, occorre sottolineare che non si tratta affatto di un fenomeno recente. Le cosiddette guerre dell’acqua sono sempre esistite fin dal 2500 a.C quando le due città stato sumere di Umma e Lagash si contesero le risorse idriche del fiume Tigri, cercando di deviare le sue acque al fine di privare la controparte dell’approvvigionamento idrico. Sono esistite nel passato, ma ne siamo ancora circondati nel presente, anche se non sempre sono riconoscibili come tali.

Il fenomeno del water grabbing riguarda l’agire dei poteri economici

 in grado di prendere il controllo o deviare a proprio vantaggio risorse idriche preziose, sottraendole a comunità locali o a intere nazioni, la cui sussistenza si basa proprio su quelle stesse risorse. Interi nuclei familiari scacciati via per dar spazio alla realizzazione dei cosiddetti megaprogetti idrici, tra cui la costruzione di dighe, il controllo forzato o la privatizzazione delle fonti.

A causa dell’aumento demografico, della cultura consumistica e del cambiamento climatico, l’acqua diventa l’obiettivo, posta in gioco del conflitto, un bene che inizia a percepirsi come fondamentale data la sua scarsità, che caratterizza sempre più aree del globo.

Tutto ciò rappresenta una seria minaccia per quanto riguarda la sicurezza alimentare, che viene de facto sottratta senza alcun consulto con le popolazioni locali, senza alcuna considerazione sulla sostenibilità o meno del progetto posto in essere. Il water grabbing risulta essere un furto della sicurezza alimentare, secondo le parole di Emanuele Bompan, uno dei massimi esperti sul tema in Italia. L’agricoltura pesa per oltre il 70% del prelievo idrico mondiale, che continuerà ad aumentare con l’aumento della domanda di determinati prodotti. Il commercio globalizzato dei prodotti alimentari locali sbilancia l’equilibrio idrico, poiché quando si importa cibo, si importa anche acqua, sottraendo la risorsa a regioni dove già è scarsa.

Il concetto di guerra a cui siamo tradizionalmente abituati a pensare non è più idoneo per descrivere le tensioni esistenti.

Vi è un uso improprio del termine guerra,

che dovrebbe essere sostituito con il concetto di conflitto, che assume svariate dimensioni. In particolare, vi è uno scontro tra diverse culture dell’acqua: l’acqua come un elemento sacro, da salvaguardare per il bene e la sopravvivenza della comunità; e dall’altra parte la mercificazione della risorsa, il cui unico fine è quello di trarne un profitto da parte delle grandi multinazionali dell’acqua.

Le culture dei popoli accomunate dall’etica universale dell’acqua come necessità ecologica sono contrapposte a una cultura imprenditoriale fatta di privatizzazioni e appropriazione del bene comune.

Water war
Lensball water

   La lotta contro le privatizzazioni: il contesto sudamericano

La mercificazione e la privatizzazione puntano alla trasformazione di una risorsa naturale liberamente fruibile in asset finanziari, che possono essere scambiati sulle principali piazze azionarie globali.

Ecco che allora il water grabbing rappresenta una delle metodologie più raffinate di appropriazione, privatizzazione, depauperamento, commercializzazione e finanziarizzazione di terreni, risorse idriche e naturali. Da una cultura dell’acqua come risorsa vitale, dono della natura e risorsa infinita perché rinnovabile e quindi bene comune, patrimonio dell’umanità, di cui la collettività è responsabile nell’interesse generale a una cultura dell’acqua come risorsa vista come preziosa perché in via di rarefazione e pertanto di natura prevalentemente economica e quindi bene di cui ci si può appropriare a titolo privato. L’accesso all’acqua da sempre considerato un diritto umano fondamentale, oggi non viene affatto ritenuto come tale.

Il Sudamerica rappresenta la situazione emblematica dell’attuale confronto tra le due visioni dell’acqua.

Da un lato, infatti, vi sono i sistemi indigeni, alternativi all’economia del libero mercato, che garantiscono un’efficienza ecologica nella gestione della risorsa idrica. Dall’altro lato, le grandi multinazionali dell’acqua fortemente presenti sul territorio, con l’appoggio dei governi nazionali (stimolati dalle due principali organizzazioni economiche sovranazionali _ Fmi e Banca mondiale). Esse cercano di acquisire, riuscendoci nella maggior parte dei casi, il controllo delle fonti idriche, incentivando la domanda e il consumo d’acqua, alterando i preesistenti equilibri socio-ambientali.

I governi si sono collocati agli antipodi rispetto alla cultura comunitaria locale, facendo propria la visione dell’acqua come bene economico e dando conseguentemente origine ad una serie di lotte intestine contro tali processi di privatizzazione.

L’idea di condividere e conservare una comune fonte idrica, il cosiddetto criterio ripario, fu dunque in seguito respinta, per adottare la dottrina dell’appropriazione, comparsa per la prima volta nell’occidente statunitense sotto la veste del brocardo latino “Qui prior est in tempore, potior est in jure”: “chi è primo nel tempo è primo per diritto”.

Specialmente nell’area andina, si è da sempre istituito un controllo comunitario sulla risorsa idrica,

fino a quando poi le imprese private hanno fatto irruzione prepotentemente sulla scena, assumendo il controllo. Un sistema diffuso nelle comunità indigene andine è quello delle acque comuni, tenendo conto dei fattori ambientali (intensità delle piogge) e sociali (esigenze familiari), sulla base della logica andina dell’equità e reciprocità, garantendo a tutti l’accesso alla risorsa.

In Cile, il paese di maggior interesse per l’articolo in questione, la privatizzazione dell’acqua si è imposta nel 1981, sotto il regime autoritario di Pinochet. Ciò ha comportato per le comunità indigene e i coltivatori la negazione dei diritti di utilizzo delle risorse idriche.

Le grandi aziende agricole che producono l’avocado si sono potute così impossessare legalmente dell’acqua della zona, ottenendo dallo stato i diritti di uso gratuito e perpetuo, proprio grazie al codice dell’acqua cileno approvato nel 1981, a causa del quale le fonti e i diritti di gestione dell’acqua sono stati privatizzati e l’acqua è diventata un bene di mercato soggetto a proprietà privata.

Nonostante l’inversione di tendenza che ha portato diversi paesi dell’area andina, tra cui Venezuela, Ecuador, Bolivia e Colombia a inserire il diritto all’acqua nelle Costituzioni nazionali, sulla base della pressione popolare e internazionale, il Cile ancora si conferma nella sua visione puramente economica del bene acqua, senza considerarlo come un diritto umano fondamentale.

Secondo Rodrigo Mundaca, un attivista dell’organizzazione Modatima, originatesi nel 2011 al fine di proteggere i residenti e i piccoli produttori della zona contro gli interessi delle grandi aziende agricole,

“quando si parla di acqua come bene comune, il Cile è l’esempio di tutto ciò che non bisogna fare”.

Il codice ha permesso e incentivato il sistema di sottrazione dell’acqua, che così è perfettamente legale. È in discussione al parlamento da tempo una riforma della legge, ma è un progetto inconsistente, che continua a garantire la proprietà privata dell’acqua.

Il business dell’avocado è molto semplice: i grandi imprenditori comprano a poco prezzo terre brulle sulle pendici delle montagne, distruggono l’ecosistema locale per poter piantare gli alberi di avocado. Ottenuti i diritti esclusivi di uso dell’acqua, senza così dover pagare per poter irrigare i campi, infine vendono il frutto esotico a un costo esageratamente alto, con guadagni stellari. I grandi imprenditori dell’avocado, di cui alcuni figure politiche di rilievo, sono spesso imparentati tra loro, conferendo un carattere familiare a tale forma di business.

Oggi esistono leggi internazionali che considerano l’acqua come un bene comune e un diritto umano. In Cile non viene considerata come tale, in quanto viene concessa prioritariamente all’industria estrattiva.

Cileee
Chile Water
Cileno

   Una nuova tonalità di oro: l’avocado e il caso Petorca

Le monoculture per esportazione fanno largo uso dell’irrigazione. La pratica irrigua è fra le maggiori responsabili, infatti, del depauperamento delle risorse idriche, provocando stress idrico e richiedendo la costruzione di dighe, con un grave impatto ecologico. Abbandonando il sistema tradizionale di raccolta delle acque piovane, si viene a perdere la cultura della condivisione comunitaria della risorsa idrica, con profonde ripercussioni ambientali e sociali.

L’avocado è un frutto tropicale che richiede un’ingente quantità di acqua. Secondo i dati del Water footprint network, per produrre un chilo di avocado servono in media 2.000 litri d’acqua. Quasi 3,57 volte di più rispetto alla quantità idrica necessaria per un chilo di arance (precisamente 560 litri); e addirittura 9,35 volte in più rispetto a quella che serve per un chilo di pomodori (214 litri). In Cile ci sono migliaia di alberi di avocado che sono stati piantati indiscriminatamente in tutto il territorio.

A tre ore di autobus a nord della capitale, Santiago del Cile, ci si ritrova completamente immersi nelle piantagioni di avocado,

quasi tutte della varietà Hass (la cui colorazione della buccia esterna è tendente al violaceo a seconda del grado di maturazione). La provincia di Petorca ospita un’immensa distesa di piantagioni di avocado, che hanno trasformato il Cile nel terzo paese esportatore mondiale del cosiddetto oro verde. I fiumi si sono prosciugati, così come le falde acquifere e il popolo si ammala a causa della siccità.

Secondo le parole di Veronica Vilches, un’attivista di Petorca: “ci ritroviamo a dover scegliere tra cucinare o lavarci, fare i nostri bisogni in latrine o dentro sacchetti di plastica e bere acqua contaminata, mentre i grandi imprenditori agricoli guadagnano sempre di più. “Qui ci sono più avocado che persone, solo che alla gente manca l’acqua, mentre all’avocado non manca mai”.

Proprio quando le grandi aziende agroalimentari sono arrivate nel 2006 per coltivare il frutto tropicale, il cambiamento climatico ha reso più imprevedibili le precipitazioni, aggravando i periodi di siccità. Tale drammatica combinazione non ha fatto altro che acuire esponenzialmente il fenomeno della scarsità idrica a Petorca, costringendo i residenti a dipendere dalle cisterne per l’acqua, senza sapere se sia effettivamente potabile e igienica.

Per quanto ci possa sembrare una situazione lontana, uno dei tanti traumi di cui non risentiamo direttamente gli effetti sulla nostra pelle, tuttavia, quello che succede lì ci riguarda eccome. La quantità di avocado cileno che arriva in Europa è in continuo aumento. Secondo i dati Eurostat in un solo anno, dal 2015 al 2016, si è passati da 62mila tonnellate a 91mila. Più del 50%, precisamente il 61% viene proprio dalla regione di Valparaíso, dove si trova la città di Petorca.

In Italia, il frutto esotico più importato rimane proprio l’avocado, con una media di oltre 10.000 tonnellate.

Per quanto riguarda il dato dell’import a valore, le importazioni di avocado arrivano a superare nel periodo 2012-2017 i 23 milioni di euro (+37% rispetto al quinquennio precedente, che invece aveva registrato un volume maggiore di avocado importato). Per il nostro paese si registra un incremento continuo delle importazioni anche dell’avocado del tipo Hass, che arriva proprio dal Cile.

Il viaggio dell’avocado raggiunge circa i 15mila chilometri prima di poter giungere sugli scaffali dei supermercati, pronto ad essere venduto. Dalle piantagioni, le casse vengono caricate su grandi camion che si recano direttamente ai porti cileni, dove sostano decine di navi che aspettano il loro carico da trasportare attraverso gli oceani, al plurale.

Sì, perché le navi cargo costeggiano prima i paesi adiacenti dell’area andina, per poi attraversare il canale di Panama, quindi l’oceano Atlantico, prima di raggiungere i due porti europei principali, quelli di Algeciras e Rotterdam. Lì viene stoccato per circa una settimana in celle riscaldate dove si adopera l’etilene, un gas che accelera artificialmente la maturazione del frutto. L’avocado, una volta pronto, viene spedito in Italia tramite camion. Qui viene venduto come se si trattasse di un prodotto fresco, appena raccolto, quando in realtà è trascorso più di un mese da quando l’avocado è stato staccato dall’albero.

AVocado tree

   L’unica opzione percorribile: i profughi ambientali

A Petorca le immense piantagioni di avocado, oltre a danneggiare l’ambiente e causare un danno irreversibile all’ecosistema, stanno distruggendo il tessuto sociale e l’identità culturale del territorio. È ormai diventato impossibile dedicarsi all’agricoltura o all’allevamento a causa della mancanza d’acqua necessaria e così le persone stanno lasciando la loro terra per rifarsi una vita altrove. La città di Petorca diviene sempre più vecchia, a causa del trasferimento dei giovani in altre realtà del paese. Molti abitanti che non avrebbero mai pensato di lasciare la propria terra, sono costretti ad andarsene perché la vita è divenuta insopportabile.

Trovandosi in una situazione estrema di stress idrico, gli abitanti sono costretti a usare l’acqua trasportata da camion cisterna e a ricorrere ad una quantità massima giornaliera di cinquanta litri di acqua, una quantità che spesso non è sufficiente a soddisfare tutti i bisogni di un essere umano. Secondo le parole dell’attivista Veronica Vilches: “in più la qualità è pessima, l’acqua spesso è gialla o mista a terra, oppure altre volte ha un fortissimo odore di cloro. Loro dicono che è potabile ma la gente si ammala quando la beve, e così siamo costretti a bollirla o a comprare acqua in bottiglia”.

La popolazione deve fare i conti anche con le sostanze chimiche

che vengono spruzzate nelle piantagioni e che si diffondono nell’ambiente: pesticidi, erbicidi, fertilizzanti e ormoni che inquinano e danneggiano la salute degli abitanti. In più si palesa un possibile rischio per il consumatore che mangi quell’avocado. In Cile tutto questo è legale. Così le imprese, attraverso aerei privati, emettono tali sostanze tossiche senza nemmeno avere l’obbligo di avvisare anticipatamente la gente del luogo. Anche a causa delle frequenti fumigazioni molte persone hanno deciso di andarsene, per evitare di avere problemi di respirazione e fortissimi bruciori agli occhi, e hanno deciso di vendere a malincuore la propria casa a prezzi stracciati.

Altri invece, hanno deciso di andarsene via, in quanto non tutelati dallo stato. il governo sostiene di rivolgersi alle autorità competenti, in caso di minacce ricevute, ma il tribunale di Valparaíso, che dovrebbe ergersi a garante dei propri cittadini, non fa altro che privare il sostegno alla lotta di tutti coloro che desiderano allontanare le grandi aziende agricole.

Avocado
Irrigazione Cile

   Per concludere

I consumatori di avocado dovrebbero tenere in considerazione la drammatica situazione cilena circa la produzione del frutto tropicale. Un quadro che riflette una triste realtà anche per altri paesi dell’America latina, tra cui il Messico, la Repubblica Dominicana, la Colombia, il Perù e il Brasile. L’alternativa per i consumatori è quella di acquistare tale prodotto con coscienza e prendere in considerazione la stagionalità. La raccolta dell’avocado comincia in genere ad ottobre, per proseguire con la varietà Hass da gennaio fino ad aprile, al massimo fino al mese di maggio.

Questo è il periodo in cui si può comprare e consumare dell’avocado fresco, mentre durante il resto dell’anno è molto probabile che il prodotto che si trovi nelle varie catene di supermercati non sia affatto sostenibile. Inoltre, anche la provenienza del frutto può aiutare a scegliere un alimento che abbia un minor impatto ambientale.

Vi sono anche terreni dedicati alla coltura dell’avocado in Spagna e in Sicilia, in cui si è scelto di investire in un prodotto biologico, di qualità e sostenibile. Senza in alcun modo danneggiare l’economia sudamericana dell’avocado, esiste tuttavia una relazione causale diretta tra ciò che mangiamo e la salute del luogo da cui proviene il nostro piatto.

La questione del water grabbing rimane ancora lontana dall’essere discussa espressamente e a titolo esclusivo all’interno di vertici internazionali, quali le cosiddette COP sul clima. Quest’ultimo è stato un tema rimasto per decenni ignorato prima che la comunità internazionale agisse, e ancora con scarsa incisività.

Nel 2010 le Nazioni unite hanno inserito l’accesso all’acqua potabile e ai servizi igienico-sanitari tra i diritti umani essenziali.

La risoluzione è stata approvata con il voto favorevole di 122 paesi, tra cui quello del Cile. Nel testo si ricorda che “l’accesso a un’acqua potabile sicura è parte integrante della realizzazione di tutti i diritti umani”. Parole che ricordano una dichiarazione del 2002 di Nelson Mandela sul tema acqua:

“L’acqua è un diritto di base per tutti gli esseri umani: senza acqua non c’è futuro. L’accesso all’acqua è un obiettivo comune. Esso è un elemento centrale nel tessuto sociale, economico e politico del paese, del continente, del mondo. L’acqua è democrazia.”

Parole bellissime cui non è seguito un reale riconoscimento nelle Costituzioni nazionali. Non si è ancora affermata una normativa chiara e cogente, capace di riconoscere un diritto all’acqua sia in qualità di diritto individuale (rivendicabile da ogni cittadino nei confronti delle autorità) sia collettivo.

Manca un sistema giuridico globale di regolamentazione dell’acqua. Senza di esso, la possibilità di conflitti per il suo accaparramento cresceranno sempre di più, soprattutto nelle parti del mondo più esposte allo stress idrico dovuto anche ad eventi climatici estremi. L’assenza di un quadro de jure al fine di favorire la cooperazione internazionale sull’acqua offre una lacuna, che rischia di amplificare le disuguaglianze.

L’acqua è vita per tutti.

Fabio Franceschi