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UOMINI DELLA NEVE:

Una tradizione apuana

Sono seduta sul cassone di un Ape che sobbalza in discesa per le curve strette di una strada di montagna.

Oggi non è ancora iniziato, la notte è stellata e l’aria fresca.

Ripenserò nel pomeriggio a questo freddo leggero, immersa nell’afa di Agosto.

Scendo con un salto, guardandomi intorno. Non conosco nessuno degli altri. Sono gli uomini della neve, abitanti delle Apuane che mantengono viva la tradizione dei nonni. Loro andavano a prendere la neve in una buca in cima alla Pania della Croce, che si mantiene ghiacciata per tutta l’estate, e la vendevano a fondovalle perché i villeggianti in Versilia avessero le loro granite.

Adesso che qualche brava persona ha inventato i frigoriferi, i nuovi uomini della neve si caricano il ghiaccio della Pania sulle spalle e lo portano in paese, a Cardoso, acclamati dalla gente riunita a far festa.

L’aria comincia a rischiararsi, inizio a vedere i lineamenti di qualcuno. Sono l’unica donna, in mezzo ai classici uomini di montagna vecchio stile, con la pelle resa dura dal sole e dal vento, camicie a quadri e pantaloni lunghi. Scarponi, zaini giganti e sacchi di nylon per isolare la neve e non farla sciogliere mentre la portiamo giù.

Ci si scambia qualche battuta mentre l’alba lascia il posto alla cappa calda e umida che ha avvolto tutto negli ultimi giorni. Rimango in silenzio, è la prima volta per me qui e non so bene come comportarmi. Io vengo dalla costa, frequento le Apuane ma sono estranea all’atmosfera di chi ci vive, di chi è nato tra il paleo e le rocce marce, di chi da bambino ha giocato a rincorrere le pecore per i sentieri del pascolo, ha raccolto castagne e respirato l’aria del metato in autunno. Un mondo così vicino alle spiagge modaiole, eppure così separato. Testimoniare questo pezzo di storia mi fa sentire di appartenere un po’ di più a queste montagne.

Lasciamo le macchine dove finisce l’asfalto e iniziamo a salire. Il bosco trattiene l’umidità, ogni respiro è un sorso d’aria densa come il miele.  Ma non ci si può fare molto, a parte continuare a camminare. Il passo è veloce, tutti sono entusiasti e non vedono l’ora di mangiare i tordelli alla festa, seduti al posto d’onore di chi tiene alto il ricordo degli uomini della neve.

Il sentiero si srotola sassoso in mezzo agli alberi, sale dolcemente, poi diventa roccioso e poco battuto. Procediamo senza esitazioni, tra noi c’è chi conosce ogni pietra di questo percorso.

Gli zaini pendono afflosciati dalle spalle di tutti, in attesa di essere riempiti dal ghiaccio, e il gruppo è percorso ogni tanto da qualche discorso che si sparge lungo la fila di teste chine a guardare la strada.

Arriviamo a Foce di Valli, un prato scosceso proprio sotto la Pania della Croce con un unico albero ritto al centro. Da qui prenderemo il sentiero più ripido, che si inerpica fino a raggiungere per l’appunto il passo degli uomini della neve.

Ci fermiamo, ci scambiamo frutta secca e beviamo qualche sorso d’acqua. Sono circa le otto del mattino, l’aria è tersa e si vede il mare.

Da adesso in poi il sentiero è tosto, il gruppo si sparpaglia un po’, i polpacci bruciano. Spingo sulle gambe con soddisfazione, mi piace sentire i muscoli che lavorano. Mi sciolgo un po’, faccio qualche battuta, guardo le creste intorno a me, respiro aria vera.

Mi siedo a prendere fiato in cima al passo, faccio qualche foto e seguo gli altri fuori dal sentiero, verso la buca. Alcuni si sono già messi all’opera con seghetto e guanti, staccano il ghiaccio in cubi enormi e lo avvolgono nei teli di plastica prima di caricarlo negli zaini. Passo il mio per farlo riempire, qualcuno dice “non farglielo troppo pesante, alla bimba”. Vado giù nella buca anche io, prendo un arnese e mi faccio insegnare l’antica arte del taglio del ghiaccio, senza grandi risultati.

Appena caricati gli zaini cominciamo a scendere a rotta di collo, non per il sentiero dell’andata ma giù direttamente nel bosco, altrimenti la neve si scioglie. Un po’ se ne scioglie comunque, sento le gocce trapassare lo zaino e bagnarmi pantaloni, polpacci e calzini mentre cerco di stare dietro a chi sa la strada.

A un certo punto arriviamo a una casetta nel bosco: è di uno degli uomini della neve, ci fermiamo e allestiamo un banchetto con ogni ben di Dio tirato fuori dagli zaini e dalla dispensa della casa. La sosta è meritata, è già questa una festa: ci scambiamo caffè, salami e formaggi; si suona il corno apuano fatto con le corna dei mufloni che anticipa alle persone in paese il nostro arrivo.

Poi giù di nuovo, corriamo aggrappandoci agli alberi e schivando i rami fino a sbucare in una radura piena di gente. Tutti cominciano ad applaudire e urlare “viva gli uomini della neve!”, qualcuno dice qualcosa tipo “c’è anche una donna!”, le signore del paese ci fanno mettere seduti a un tavolo riservato appositamente e ci servono i famosi tordelli, ravioli apuani ripieni di carne di cui faccio un paio di bis.

Non ho neanche tempo di riprendere fiato, fa un caldo micidiale e qualche raggio di sole riesce a passare i teloni ombreggianti. Penso che le sagre di paese del primo Novecento fossero più o meno così, chiasso e risate e atmosfera di festa.

Arriva finalmente il momento delle granite: la neve che abbiamo portato giù viene messa in dei secchi e condita con i vari sciroppi, le persone cominciano ad andare in giro con bicchieri coloratissimi in mano, qualcuno fa il gelato con le macchine tradizionali. Butto giù una decina di questi bicchieri per provare tutti gusti e mi sdraio sotto un albero, addormentandomi di colpo tra i ricci dei castagni. Quando apro gli occhi sorrido: possibile che la prima donna della neve sia stata proprio io?

Elena Casolaro